Lungo la strada per Tunisi, nella valle del Mejerda, sorge un colle roccioso che era
stato circondato da ampie trincee e campi minati. Gli Alleati lo chiamarono "Longstop". Il 23 aprile Alexander lanciò all'attacco la 78a Divisione corazzata che, grazie al sostegno dell'artiglieria, riuscì a giungere in cima. L'urto degli Alleati divenne insostenibile: a Mateur attaccarono gli Americani, nella valle del Mejerda e a Enfidaville gli Inglesi mentre a Pont du Fahs i Francesi. Tra il 5 e 6 maggio la situazione precipitò: il solito devastante attacco delle artiglierie si concentrò su un tratto di appena 3 km nella regione del Medjer el Bab, le linee tedesche crollarono e dal varco i carri della V e VI Divisione corazzata invasero l'interno come un fiume in piena. Il 7 maggio fu conquistata Tunisi. Le truppe dell'Asse intanto cedettero sia a ovest che a est della valle del Mejerda. Da Tunisi, la VII Divisione corazzata si gettò all'inseguimento della XV Panzer Division fino a Biserta. A Pont du Fahs anche i Francesi sfondarono, mentre a combattere rimase solo l'VIII Armata sulla costa di Enfidavile. Il grosso delle truppe di von Armin quindi affluì a Capo Bon per organizzare l'ultima difesa. La battaglia iniziò il 9 maggio. Il giorno 11, dopo una spettacolare azione della VI Divisione che riuscì a separare i vari contingenti in molte sacche di resistenza, la battaglia si avviò all'epilogo. I reparti italiani, V e X bersaglieri e il battaglione Befile della San Marco, aggregati alla V Armata tedesca continuarono a combattere fino all'esaurimento della munizioni.Il generale Messe si arrese solamente all'VIII Armata. Se i suoi uomini fossero caduti nelle mani delle truppe francesi il loro destino sarebbe stato segnato. Fu lo stesso Mussolini ad invitare il generale ad arrendersi, con un comunicato telegrafico del 12 maggio che recitava: «Poiché gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti, lascio V.E. libera accettare onorevole resa. A voi e agli eroici superstiti della Prima Armata rinnovo il mio ammirato vivissimo elogio». Messe fu nominato Maresciallo d'Italia.Alle 12,30 del giorno seguente, dopo aver distrutto tutte le armi pesanti, le ostilità cessarono. Riportiamo quanto scritto nel bollettino di guerra italiano numero 1083 del 13 maggio 1943: «La I armata italiana, cui è toccato l'onore dell'ultima resistenza dell'Asse in terra d'Africa, ha cessato per ordine del Duce il combattimento.». La campagna di Tunisia poteva dirsi conclusa: negli ultimi mesi di guerra su questo fronte le truppe dell'Asse persero circa 300.000 uomini, nonché la possibilità di opporre una valida resistenza allo sbarco alleato in terra di Sicilia.
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martedì 1 aprile 2008
La campagna di Tunisia /9: ultima resistenza delle truppe italiane
Il 20 marzo 1943 prese il via l'Operazione "Pugilist Gallop" con la quale l'VIII Armata inglese di Montgomery avrebbe dovuto attaccare frontalmente le posizioni italo-tedesche lungo lo Uadi Zigazou. Anche in questo caso la resistenza dei difensori fu eroica: l'urto del XXX Corpo d'Armata fu contenuto, tanto da annullare il tentativo di creare una testa di ponte da parte della 50a Divisione. Ancora una volta le fanterie italiane si immolarono per resistere un'ora, un giorno in più. La Trieste e i Giovani Fascisti si dissanguarono ma il nemico non passò, nonostante la sproporzione di mezzi corazzati: 620 a 94. Montgomery era incredulo. Tentò ancora la carta della sorpresa, cioè l'aggiramento dal deserto con la II Divisione neozelandese. Appoggiata dall'VIII brigata carri e dal raggruppamento francese di Leclerc e Koenig poteva contare su 175 carri, ai quali si aggiungevano quelli della I Divisione corazzata inglese. Ma la sorpresa non riuscì. A El-Hamma si concentrarono solo due modeste divisioni corazzate tedesche, la XV e la XXI, appoggiate dalla 164a di fanteria, che riuscirono tuttavia a bloccare le truppe alleate. Il 26 marzo finalmente von Armin decise per il ritiro sulla linea dell'Uadi Akarit, circa 15 km a nord di Gabes, dove molte migliaia di fanti italiani il giorno seguente saranno catturati dalle truppe inglesi. Il 5 aprile iniziò l'attacco alle nuove posizioni.Un massiccio bombardamento precedette la battaglia dell'Akarit: 450 cannoni aprirono il fuoco sulla linea tenuta dalle truppe dell'Asse ormai allo stremo. Contro i 500 carri di Montgomery le lacere divisioni italiane ne poterono opporne soltanto 15. Nonostante la disparità di mezzi la battaglia fu «violentissima e selvaggia». Contrastato un primo attacco della I Armata al prezzo di ingentissime perdite, nelle successive ondate le truppe italo-tedesche non riuscirono a contenere l'impeto degli Alleati. Sei varchi vennero aperti nella linea italiana, tanto che von Armin fu costretto a retrocedere il suo esercito da sud a nord di circa 300 km sulla linea di Enfidaville.Concluso il ripiegamento il 13 aprile le truppe italiane si prepararono, come scrivere Messe, «a combattere la nostra ultima battaglia» . L'ultima difesa fu organizzata tra i colli del Garci e del Takrouna, dove giunsero anche numerosi rinforzi dalla Germania, tra cui la Divisione corazzata Goering. Ma ormai era troppo tardi.Il 19 aprile il rombo dei cannoni annunciò l'inizio dello scontro. L'urto più duro ancora una volta si concentrò nei settori presidiati dalle forze italiane: sul Takrouna si distinsero i reparti della Trieste e i paracadutisti della Folgore, tanto che gli stessi Inglesi, poco propensi ai complimenti verso le forze italiane, lo riconobbero cavallerescamente: «gli Italiani si batterono come i Tedeschi» scriverà lo storico Liddle Hart. Il giorno 20 cadde il caposaldo di Dj Bir tenuto dalle truppe tedesche, che chiamarono i fanti della Trieste in soccorso. L'insuccesso sul Takrouna portò gli Inglesi ad affermare che «l'Italia in questo luogo ha fatto affluire le sue migliori truppe». Il 21 aprile ancora attacchi: la prima ad essere travolta fu la Folgore, poi, verso le 17 fu il turno della Trieste che inviò questo laconico messaggio: «la stazione è assalita da elementi nemici». Si concluse così l'ennesima pagina di resistenza delle truppe italiane spesso sottovalutate e denigrate dall'opinione pubblica e dai vertici militari di molti paesi. Il generale Messe scriverà nelle sue memorie: «Sul Takrouna la lotta è veramente epica; i centri di fuoco sulle falde dell'altura continuano a fulminare i reparti nemici che vengono letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono assoggettati al fuoco concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da parte di elementi annidatisi nelle case sulla vetta del cucuzzolo, vero torrione quasi inaccessibile. Contro questi partono all'attacco, col classico slancio dei paracadutisti, le compagnie del battaglione di formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio fino a sera e nella notte è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso; le perdite sono micidiali per entrambi i contendenti».Il 22 si distinsero i reparti Giovani Fascisti e la Divisione Pistoia, che resistettero fino al 1° maggio, quando la prima parte della battaglia di Enfidaville poté dirsi conclusa.
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La campagna di Tunisia /8: la resistenza italo-tedesca

Con la partenza dell'ingombrante feldmaresciallo vennero ridefinite le gerarchie. Von Armin fu nominato al comando "Gruppo Armate d'Africa", Messe ottenne il comando effettivo della I Armata e von Vaerst il comando della V Panzerarmee.Dopo aver ordinato un primo ripiegamento sulla linea di Uadi Akarit, von Armin annullò il proprio ordine obbligando la I Armata italo-tedesca a mantenere la posizione sulla linea del Marteh. Le truppe del generale Messe erano schierate dal mare verso l'interno in questa successione: il XX Corpo d'Armata del generale Orlando, composto dalla Divisione Giovani Fascisti comandata dal generale Sozzoni, dalla Divisione Trieste comandata dal generale La Ferla, e dalla 90a Divisione leggera tedesca comandata dal generale Sponeck; il XXI Corpo d'Armata del generale Berardi, costituito dalla Divisone La Spezia comandata dal generale Pizzolato, dalla Divisione Pistoia comandata dal generale Falugi, e dalla 164a Divisione leggera tedesca comandata dal generale Liebestein; chiudeva lo schieramento il Raggruppamento Sahariano comandato dal generale Mannerini.Nel settore di Gafsa infine, era schierata la Divisione corazzata Centauro comandata dal generale Calvi di Bergolo con il 7° Reggimento bersaglieri.Montgomery, in preparazione all'attacco che avrebbe dovuto permettere all'VIII Armata di ricongiungersi con la I Divisione schierava invece: l'VIII Armata, che comprendeva il XXX Corpo d'Armata, il X Corpo d'Armata con la I e la VII Divisione corazzata, il Corpo Neozelandese, l'VIII Brigata corazzata e il Raggruppamento francese di Leclerc; a fronteggiare il settore di Gafsa c'era invece il II Corpo d'Armata americano del generale Patton.Fu proprio in quest'ultimo settore che il 17 marzo le truppe americane attaccarono gli scarsi reggimenti italiani, facendosi forza di una superiorità in uomini di quattro a uno. Patton poteva contare su 88.000 soldati (ben quattro divisioni), contro i circa 800 Tedeschi e 7.850 Italiani della Divisione Centauro. Dopo un inizio promettente, in cui gli Americani riuscirono ad impossessarsi di Gafsa senza alcun combattimento, le truppe italo-tedesche si ritirarono in una zona montagnosa in cui gli attacchi americani sortirono scarsi effetti, tanto che Patton decise di sostituire il comandante della I Divisione corazzata Ward per gli insuccessi ottenuti.
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La campagna di Tunisia /7: l'asse in scacco
Il 28 febbraio, dopo il parziale successo dell'Operazione "Brezza di Primavera", Rommel riunì tutti i suoi generali a Uadi Akarit per elaborare un nuovo piano d'attacco contro l'VIII Armata di Montgomery. Cinque ore di discussioni, ripicche, dispetti e proposte in contrasto tra loro resero il clima incandescente. Alla fine si giunse a un compresso, ancora una volta favorito da Kesselring: si sarebbe superata la catena montuosa del Mattata per attaccare in direzione di Medenine. L'Operazione Capri, come fu chiamata, nacque però sotto i peggiori auspici: Ultra aveva già decrittato tutti i piani d'attacco delle forze dell'Asse e Montgomery attendeva ansioso l'attacco che Rommel tanto bramava. Nelle sue memorie per l'ennesima volta si vanterà delle proprie abilità: «mi attaccò all'alba, iniziativa del tutto insensata. Avevo fatto disporre 500 pezzi anticarro da 75.6 mm; disponevo di 400 carri e buone fanterie che tenevano i principali capisaldi, appoggiate da un pesante sbarramento di artiglierie. Rommel deve essere matto». Il generale inglese poteva contare su quattro divisioni di fanteria, 400 carri armati, 350 cannoni e 470 cannoni anticarro. Rommel potè invece contrapporre tre divisioni corazzate (X, XV e XXI), 160 carri armati (meno di quanti ne avrebbe avuti una divisione al completo), 200 cannoni e 10.000 soldati di fanteria.All'alba la "Volpe del deserto" lanciò i suoi carri in azione, ma il tiro incrociato dei pezzi anticarro, i campi minati e la mancata sorpresa ne fecero un facile bersaglio degli Inglesi, obbligandolo a interrompere l'operazione alle 17 e a ritirarsi. Nell'azione perse circa 50 carri e 645 soldati.Nei giorni seguenti, in seguito alle critiche dello stesso Fürher per il suo comportamento in battaglia, Rommel decise di abbandonare l'Africa per «iniziare immediatamente la sua cura». Il 9 marzo lasciava il continente che lo aveva reso celebre, promettendo di tornare nel caso in cui le cose si fossero messe male. La situazione peggiorò ma Rommel non metterà più piede in terra d'Africa.
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La campagna di Tunisia /6: scontri interni all' assse

Rommel iniziò a cullare il sogno di una spettacolare azione di tutte le sue forze verso Tebessa per cercare di far retrocedere «il grosso delle truppe alleate dall'Algeria» . La "Volpe del deserto" cercò di forzare il passo di Kassarine per poter finalmente puntare su Tebessa. Fu però von Armin a ostacolare questi piani. Riluttante a imbarcarsi in un'azione di tale portata, decise di ritirare la XXI per timore di sguarnire troppo le sue difese. Rommel era furibondo: contattò il Comando Supremo Italiano, il quale solo la sera del 18 concesse il "via libera" all'operazione con entrambe le divisioni corazzate. L'attacco dovette però essere condotto verso Thale ed El Kef anziché Tebessa. Secondo Rommel questa decisone fu «un incredibile esempio di miopia». La
VI Divisione corazzata inglese, sostenuta da numerosi contingenti di fanteria e artiglieria statunitensi, fu posizionata a Thala. Il 20 febbraio la X e la XV Panzer Division conquistarono il passo di Kassarine infliggendo alle truppe americane una pesantissima serie di perdite. Oltre 4.000 Americani furono fatti prigionieri, 200 carri e centinaia di mezzi bruciarono illuminando la notte africana, mentre i reparti dell'Asse fecero incetta di ogni genere di razione e armamento. Eisenhower, inferocito dalla sconfitta, sostituì Fridendall con il più energico Patton.Ormai la vittoria era a portata di mano: le truppe americane vacillavano e nelle retrovie si iniziavano a bruciare magazzini e depositi di carburante. Proprio in questa occasione, però, Rommel decise di ritirasi e tornare sulla linea del Mareth, furibondo per l'occasione perduta. Rientrato sulla nuova linea del fronte ricevette la nomina a Comandante del gruppo armate in Africa; nomina che non fece altro che aumentare la confusione nelle linee gerarchiche delle forze dell'Asse. Il nuovo incarico fu però solo una "trappola" per favorire un suo successivo trasferimento in Italia. Contrariamente a quanto auspicato da Kesselring, Rommel decise però di assolvere al suo ruolo nel miglior modo possibile, ovviamente pretendendo l'obbedienza sia di Messe che di von Armin, che in realtà avrebbe voluto prendere ordini solo da Kesselring.
VI Divisione corazzata inglese, sostenuta da numerosi contingenti di fanteria e artiglieria statunitensi, fu posizionata a Thala. Il 20 febbraio la X e la XV Panzer Division conquistarono il passo di Kassarine infliggendo alle truppe americane una pesantissima serie di perdite. Oltre 4.000 Americani furono fatti prigionieri, 200 carri e centinaia di mezzi bruciarono illuminando la notte africana, mentre i reparti dell'Asse fecero incetta di ogni genere di razione e armamento. Eisenhower, inferocito dalla sconfitta, sostituì Fridendall con il più energico Patton.Ormai la vittoria era a portata di mano: le truppe americane vacillavano e nelle retrovie si iniziavano a bruciare magazzini e depositi di carburante. Proprio in questa occasione, però, Rommel decise di ritirasi e tornare sulla linea del Mareth, furibondo per l'occasione perduta. Rientrato sulla nuova linea del fronte ricevette la nomina a Comandante del gruppo armate in Africa; nomina che non fece altro che aumentare la confusione nelle linee gerarchiche delle forze dell'Asse. Il nuovo incarico fu però solo una "trappola" per favorire un suo successivo trasferimento in Italia. Contrariamente a quanto auspicato da Kesselring, Rommel decise però di assolvere al suo ruolo nel miglior modo possibile, ovviamente pretendendo l'obbedienza sia di Messe che di von Armin, che in realtà avrebbe voluto prendere ordini solo da Kesselring.
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La campagna di Tunisia /5: la controffensiva tedesca
Nonostante la linea del Mareth fosse ottimamente difesa sia a sud che a ovest da paludi salate, Rommel si convinse che la soluzione migliore sarebbe stata quella di retrocedere sull'altopiano roccioso dell'Akarit: «in Africa non c'è linea difensiva che non possa essere aggirata sul fianco» spiegò a Messe durante un incontro il 2 febbraio 1943 nel nuovo quartiere generale di Zelten, in Tunisia. Questa idea fu però bocciata dallo Stato maggiore italo-tedesco, che preferì continuare a mantenere le posizioni avanzate del Marhet. In questo nuovo frangente Rommel, seppur malato, riprese vigore e decise di intraprendere una nuova operazione contro le forze americane di Fredendall. L'iniziativa di Rommel creò molti inconvenienti al Comandante il fronte africano, il feldmaresciallo Kesserling. Nei primi giorni di febbraio, grazie all'azione della XXI Panzerdivision, von Armin riuscì a conquistare il Passo di Faid controllato dalle truppe francesi e a ottenere la possibilità di attaccare in maniera massiccia le truppe americane che lo fronteggiavano. Lo stesso Rommel, come abbiamo accennato, avrebbe voluto "dare una lezione" ai nuovi arrivati sfruttando però un piano sostanzialmente differente rispetto a quello del suo rivale. Fu proprio Kesselring a risolvere questa situazione tramite un accordo tra i due contendenti in base al quale: von Armin avrebbe attaccato il 12 febbraio presso Sidi Bou Zid, mentre Rommel, dopo due giorni, si sarebbe concentrato sull'oasi di Gafsa. Al termine del colloquio sarà lo stesso Kesselring a liquidare così la "Volpe del deserto": «Lasciamo a Rommel la sua ultima occasione di gloria prima che se ne vada dall'Africa».Il giorno dell'offensiva von Armin lanciò quindi all'attacco la XXI Panzerdivision rinforzata da un contingente della X. La sorpresa delle truppe americane fu totale. Grazie a un'abile manovra a tenaglia di due contingenti della X Divisione i gruppi di combattimento A e C furono annientati, mettendo fuori uso due battaglioni di carri. Lo stesso Eisenhower corse il rischio di cadere prigioniero in questi scontri. L'obiettivo dell'attacco di Rommel fu invece Gafsa che venne occupata dalla Divisione Centauro senza sparare un colpo, in quanto il nemico aveva abbandonato la posizione prima del loro attacco. Gli Americani e gli Inglesi ormai si trovarono nel panico tanto che Feriana e i campi d'aviazione di Thelepte furono conquistate. Furono bruciati i magazzini di Tebessa e la confusione si impadronì dei singoli reparti.
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La campagna di Tunisia /4: inizia l'offensiva alleata

Dopo lo sbarco alleato il primo obiettivo delle truppe anglo-americane, supportate da quelle francesi, fu la conquista dei nodi strategici di Tunisi e Biserta. Avviata dal porto di Bugia, situato tra Algeri e Bona, l'azione fu ben presto ridimensionata sia dalla scarsa collaborazione delle truppe francesi, sia dalla mancanza di coordinamento tra i vari reparti ancora poco esperti. Questa timida offensiva fu sostanzialmente favorita dall'atteggiamento remissivo che il generale Nehring decise di adottare. Ma le vibrate proteste del feldmaresciallo Kesselring portarono all'attacco tedesco del 1 dicembre, sferrato grazie anche ai nuovi carri armati appena giunti dalla Germania. Occorre sottolineare che Hitler decise di inviare in un primo tempo i nuovi Panzer IV armati con un cannone da 75 mm e in seguito un'arma ancora in fase di studio: i carri modello Tigre, dotati di cannone da 88 mm e con un peso di 56 tonnellate. Furono i Tedeschi, quindi, ad assumere l'iniziativa obbligando le inesperte truppe alleate a retrocedere, perdendo sempre più terreno e posizioni. Con l'arrivo di von Armin la situazione per gli Alleati degenerò al punto che (anche a causa del maltempo) l'offensiva prevista da Anderson si impantanò, permettendo alle truppe tedesche di rioccupare, entro il giorno di Natale, le precedenti posizioni e di bloccare la corsa verso Tunisi. L'idea di intrappolare Rommel tra l'VIII Armata inglese e la I Armata di Tunisia fu per il momento abbandonata. All'apparenza la mancata conquista di Tunisi fu una sconfitta, in realtà si rivelerà la più grande vittoria su questo fronte per le truppe anglo-americane: in caso di immediata riuscita dei piani, sia Hitler che Mussolini avrebbero dovuto abbandonare l'Africa e ritirare gran parte degli uomini in Sicilia, rendendo così "quasi impossibile" l'ingresso in Europa. In questo situazione furono invece inviati numerosissimi rinforzi che si troveranno a dover fronteggiare un nemico che con il passare del tempo stava acquisendo esperienza e, soprattutto, consapevolezza della propria schiacciante superiorità tecnica.
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La campagna di Tunisia /3: avvicendamento al vertice
Nel novembre 1942, dopo la sconfitta di El Alamein e lo sbarco alleato in Algeria e
Marocco, irrompe sulla scena un nuovo personaggio che avrà un ruolo fondamentale nello svolgimento delle future azioni, il generale tedesco von Armin. A capo della V Armata corazzata, fu inviato in Africa con l'obiettivo di creare una testa di ponte in Tunisia. Oltre 65.000 uomini giunsero al suo seguito per fronteggiare sia la minaccia proveniente da est, sia quella da ovest. A dicembre, grazie ai rifornimenti dalla Germania e all'arrivo delle truppe in ritirata dalla Tripolitania, le schiere italo-tedesche arrivarono a contare circa 100.000 uomini.Il giorno dopo la caduta di Tripoli dal fronte russo fu richiamato il generale Giovanni Messe, che venne nominato da Mussolini comandante le forze italiane in Tunisia. Tutto ciò aprì però una nuova serie di interrogativi: il generale Messe aveva solo giurisdizione sulle truppe italiane o anche su quelle tedesche? Chi avrebbe comandato in Tunisia? Lo stesso Messe, Rommel oppure Kesselring? Proprio quest'ultimo fu scelto dai comandi italiano e tedesco quale capo delle forze armate dello scacchiere africano, mentre le due armate disponibili furono assegnate a von Armin (V Panzerarmee) e a Messe (I Armata, di ritorno dalla Libia), che ebbe notevoli problemi a farsi accettare dal sempre più intrattabile Rommel.Mussolini, che aveva voluto fortemente Messe a capo della I Armata, invitò il suo generale a resistere in quel lembo di terra per «riprendere l'offensiva nell'estate e riconquistare la Libia». Il nostro comandante, accorto soldato, si rese immediatamente conto dell'entità delle nostre truppe e del loro equipaggiamento: con questi soldati e senza ulteriori rifornimenti sarebbe stato impossibile mantenere le posizioni. Il Duce rispose alle sue proteste con queste parole: «Occorre resistere ad ogni costo, per ritardare l'attacco contro l'Italia, che seguirà fatalmente alla nostra sconfitta in Africa».La I Armata fu quindi schierata lungo la linea del Mareth nel settore più meridionale, dovendo fronteggiare a sud l'VIII Armata inglese e a ovest il II Corpo d'Armata americano. Il quadro delle forze a disposizione del generale Messe era il seguente: quattro divisioni di fanteria italiane (La Spezia, Pistoia, Trieste e Giovani Fascisti), due divisioni corazzate (Centauro e XV Panzer), due divisioni di fanteria tedesche (90a leggera e la 164a). Dopo la disfatta di El Alamein fu ricostituito e tornò in linea anche un battaglione della Folgore composto dai superstiti dell'Egitto. Le sue forze furono suddivise in due Corpi d'Armata: il XX, al comando del generale Orlando, e il XXI, comandato dal generale Berardi.Il settore centrosettentrionale della Tunisia fu invece affidato a von Armin e alla sua V Panzearmee. Il suo schieramento comprendeva: il XXX Corpo d'Armata del generale Sogno, formato dalla Divisione Superga del generale Gelich e dalla 50a Brigata speciale del generale Imperiali; nel settore di Gafsa el Quettar la Divisione corazzata Centauro del generale Calvi di Bergolo; reparti di bersaglieri del Reggimento Lodi e unità di marinai della San Marco incamerati nei reparti tedeschi.Contro queste truppe erano schierate la I Armata britannica del generale Anderson, il XIX Corpo d'Armata francese e il II Corpo d'Armata americano del generale Fredendall.
Marocco, irrompe sulla scena un nuovo personaggio che avrà un ruolo fondamentale nello svolgimento delle future azioni, il generale tedesco von Armin. A capo della V Armata corazzata, fu inviato in Africa con l'obiettivo di creare una testa di ponte in Tunisia. Oltre 65.000 uomini giunsero al suo seguito per fronteggiare sia la minaccia proveniente da est, sia quella da ovest. A dicembre, grazie ai rifornimenti dalla Germania e all'arrivo delle truppe in ritirata dalla Tripolitania, le schiere italo-tedesche arrivarono a contare circa 100.000 uomini.Il giorno dopo la caduta di Tripoli dal fronte russo fu richiamato il generale Giovanni Messe, che venne nominato da Mussolini comandante le forze italiane in Tunisia. Tutto ciò aprì però una nuova serie di interrogativi: il generale Messe aveva solo giurisdizione sulle truppe italiane o anche su quelle tedesche? Chi avrebbe comandato in Tunisia? Lo stesso Messe, Rommel oppure Kesselring? Proprio quest'ultimo fu scelto dai comandi italiano e tedesco quale capo delle forze armate dello scacchiere africano, mentre le due armate disponibili furono assegnate a von Armin (V Panzerarmee) e a Messe (I Armata, di ritorno dalla Libia), che ebbe notevoli problemi a farsi accettare dal sempre più intrattabile Rommel.Mussolini, che aveva voluto fortemente Messe a capo della I Armata, invitò il suo generale a resistere in quel lembo di terra per «riprendere l'offensiva nell'estate e riconquistare la Libia». Il nostro comandante, accorto soldato, si rese immediatamente conto dell'entità delle nostre truppe e del loro equipaggiamento: con questi soldati e senza ulteriori rifornimenti sarebbe stato impossibile mantenere le posizioni. Il Duce rispose alle sue proteste con queste parole: «Occorre resistere ad ogni costo, per ritardare l'attacco contro l'Italia, che seguirà fatalmente alla nostra sconfitta in Africa».La I Armata fu quindi schierata lungo la linea del Mareth nel settore più meridionale, dovendo fronteggiare a sud l'VIII Armata inglese e a ovest il II Corpo d'Armata americano. Il quadro delle forze a disposizione del generale Messe era il seguente: quattro divisioni di fanteria italiane (La Spezia, Pistoia, Trieste e Giovani Fascisti), due divisioni corazzate (Centauro e XV Panzer), due divisioni di fanteria tedesche (90a leggera e la 164a). Dopo la disfatta di El Alamein fu ricostituito e tornò in linea anche un battaglione della Folgore composto dai superstiti dell'Egitto. Le sue forze furono suddivise in due Corpi d'Armata: il XX, al comando del generale Orlando, e il XXI, comandato dal generale Berardi.Il settore centrosettentrionale della Tunisia fu invece affidato a von Armin e alla sua V Panzearmee. Il suo schieramento comprendeva: il XXX Corpo d'Armata del generale Sogno, formato dalla Divisione Superga del generale Gelich e dalla 50a Brigata speciale del generale Imperiali; nel settore di Gafsa el Quettar la Divisione corazzata Centauro del generale Calvi di Bergolo; reparti di bersaglieri del Reggimento Lodi e unità di marinai della San Marco incamerati nei reparti tedeschi.Contro queste truppe erano schierate la I Armata britannica del generale Anderson, il XIX Corpo d'Armata francese e il II Corpo d'Armata americano del generale Fredendall.
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La campagna di Tunisia /2: la ritirata italo-tedesca
Il 24 Novembre Rommel giunse ad El Agheila, dove erano in fase di formazione alcune divisioni italiane che si unirono al ripiegamento: la Divisione La Spezia, la corazzata Centauro e la Divisone Giovani Fascisti. Furono giorni di inseguimenti, di coraggio e ancora di morti: con una manciata di carri le nostre truppe riuscirono a mantenere il titubante nemico a distanza e a rompere l'accerchiamento di una divisione neozelandese. Nei due me si che seguirono l'VIII Armata cercò di fermare il suo nemico per eccellenza ma sempre con scarsi risultati: Tripoli cadde solo il 23 gennaio, abbandonata da Rommel per mancanza di mezzi e conquistata da un Montgomery ormai ridotto al limite delle proprie risorse. Nelle proprie memorie scrisse: «Sapevo benissimo che se non fossimo riusciti a raggiungere Tripoli entro dieci giorni mi sarei dovuto ritirare per mancanza di rifornimenti». Occorre tener presente che Ultra (il decodificatore che consentiva agli inglesi di "leggere" tutti i messaggi cifrati che i tedeschi si scambiavano) lo teneva costantemente informato di tutte le mosse del nemico, quindi era perfettamente a conoscenza del fatto che Rommel avrebbe abbandonato la città senza porre alcuna resistenza. Dopo la "conquista" di Tripoli anche per l'VIII Armata si palesò l'annoso problema dei rifornimenti: il porto di Alessandria era ormai troppo distante, ma, grazie all'abilità dei suoi genieri, Montgomery riuscì a riparare in tempi brevissimi il porto di Bengasi avendo così la possibilità di ricevere quotidianamente 3.000 tonnellate di materiali. Dopo la definitiva caduta della Libia, le truppe di Rommel si ritirarono in Tunisia schierandosi lungo la linea del Marhet, costruita dall'esercito francese tra il 1936 e il 1940 con una funzione difensiva nei confronti della Libia italiana. Smantellata nel giugno del 1940 dagli Italiani, questa "piccola Maginot" fu quindi rimessa in servizio quando fu chiaro che l'ultima disperata difesa dell'Africa occidentale si sarebbe concentrata in Tunisia.
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La campagna di Tunisia /1: operazione torch
Nella notte tra il 7 e 8 novembre 1942 ebbe inizio l'Operazione Torch con lo sbarco delle truppe alleate in tre punti strategici dell'Africa settentrionale francese: Casablanca, sulla costa atlantica, fu affidata a un contingente americano di 24.500 uomini comandato dal generale di divisione George Patton e trasportato da una flotta navale di 102 mezzi, 29 dei quali adibiti al trasporto truppe; Orano, sulla costa mediterranea, fu assegnata a 18.500 soldati americani comandati dal generale di divisione Fredendall e scortati da una forza navale inglese; Algeri venne assegnata a una forza da sbarco formata da 9.000 soldati inglesi e altrettanti americani comandati dal generale di divisione americano Ryder. Lo sbarco nella colonia francese avvenne senza particolari difficoltà: il maresciallo Petain, a capo del governo filofascista di Vichy ordinò alle proprie truppe di resistere e di impedire l'approdo delle truppe alleate, mentre De Gaulle, leader esule di France Libre, le esortò ad accoglierle senza opporre resistenza. Fu proprio questa situazione estremamente confusa a permettere al contingente anglo-americano di sbarcare con relativa tranquillità, incappando solo in qualche isolata scaramuccia con singoli reparti. L'iniziativa alleata mandò a gambe all'aria i piani dell'Asse. Dopo la sconfitta in Egitto il feldmaresciallo Rommel dovette affrontare una situazione drammatica: il suo piano originale era quello di organizzare una linea difensiva nella strettoia di El Agheila, nelle vicinanze di Tripoli. Ma lo sbarco in territorio francese lo obbligò a retrocedere le proprie posizioni per non restar intrappolato nella morsa dei due eserciti nemici. In realtà la volontà della "Volpe del Deserto" era quella di abbandonare l'Africa e di riportare i suoi uomini in territorio italiano, dove avrebbe potuto attestarsi su posizioni più facilmente difendibili. Ma fu lo stesso Hitler a costringerlo ad abbandonare l'idea di una "Dunkerque africana" per continuare la difesa di quel fronte che in precedenza tanto aveva snobbato: fu l'ennesimo errore di una campagna che si sarebbe potuta concludere vittoriosamente per le truppe dell'Asse. La ritirata di El Alamein, che nei primi giorni era sembrata doversi trasformare in una rotta desolante, si era invece tramutata nell'ennesima dimostrazione della sapienza tattica del pupillo di Hitler. A onore del vero anche l'atteggiamento timido di Montgomery, ancora abbagliato dalla fama del suo nemico, rese possibile il successo. A difesa del comandante inglese occorre sottolineare come il tempo giocasse a suo favore: le truppe di Eisenhower sarebbero presto giunte a contatto con le avanguardie italo-tedesche, che avrebbero dovuto così fronteggiare una nuova minaccia.
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